Chávez al Monte dei Paschi
Dopo lo scontro tra il management del Monte dei Paschi di Siena e l’azionista di controllo della banca, la Fondazione Mps, la nazionalizzazione dell’istituto sembra diventata la soluzione più in voga – à la Chávez – per risolvere l’impasse. Seppur con differenze sostanziali nell’impianto – protezionista, nichilista o paraliberista – il denominatore comune è l’idea che il passaggio allo stato della terza banca nazionale sia una panacea, visto che la condizione finanziaria e gestionale di Mps sarebbe troppo compromessa.
6 AGO 20

Dopo lo scontro tra il management del Monte dei Paschi di Siena e l’azionista di controllo della banca, la Fondazione Mps, la nazionalizzazione dell’istituto sembra diventata la soluzione più in voga – à la Chávez – per risolvere l’impasse. Seppur con differenze sostanziali nell’impianto – protezionista, nichilista o paraliberista – il denominatore comune è l’idea che il passaggio allo stato della terza banca nazionale sia una panacea, visto che la condizione finanziaria e gestionale di Mps sarebbe troppo compromessa. Al “partito nazionalizzatore” si è aggiunto ieri Beppe Grillo, leader del Movimento 5 Stelle. La sua è la corrente “protezionista”. Dal suo blog ha invocato l’immediata vendita allo stato sventolando lo spauracchio di un’acquisizione straniera per cui Mps diventerebbe un “agnello sacrificale” chiesto dalla Germania.
Prima di Grillo l’ex ministro dell’Economia dalemiano e prodiano, Vincenzo Visco (ottica “nichilista”), ha detto all’Unità che la banca è “tecnicamente fallita” e che il Tesoro avrebbe dovuto entrare nel capitale dell’istituto da tempo senza quindi prestare 4,1 miliardi di euro (contro interesse) con i Monti bond. E se lo facesse ora – dice Visco – dovrebbe solo trasformare i Monti bond in azioni, la Fondazione scenderebbe al 15 per cento (dal 33) e si eviterebbero “pasticci” come l’intervento della Cassa depositi e prestiti (una banca di stato) o il salvagente delle fondazioni bancarie (quello che vorrebbe la Fondazione Mps).
Tra i “nazionalizzatori” c’è anche il presidente della commissione Industria del Senato, Massimo Mucchetti, del Pd. Il giornalista economico liberista, Oscar Giannino, invece ha riaffermato di recente che un esplicito intervento pubblico sarebbe preferibile, purché contestuale a una pulizia radicale dei bilanci e subordinato alla ri-privatizzazione della banca entro due anni. Il management e il Tesoro vogliono evitare la nazionalizzazione, che al massimo dovrebbe essere considerata l’extrema ratio e invece è diventata un’opzione gettonata. Avrebbe infatti conseguenze negative. Un danno di credibilità per il paese e per la banca – il cui risanamento è sorvegliato dalla Commissione Ue – alla vigilia dei test della Banca centrale europea. Sarebbe poi un aiuto di stato difficile da giustificare: non c’è più l’urgenza che nel 2008 spinse il governo inglese a salvare le banche per poi risanarle.
Il Tesoro inoltre diventerebbe l’incubatrice della banca (lo stato-banchiere non è eterno) e si ritroverebbe a fare quel che Mps deve fare ora: convincere uno o più investitori a entrare nel capitale e magari, nel frattempo, rifare il piano industriale. Tempo perso. Mps era pubblica vent’anni fa, la privatizzazione (forzata) sta andando come vediamo, ma un ritorno allo stato sarebbe nocivo, dato il contesto, e fuori tempo massimo.